Look at me standing / here on my own again

E niente. Succede che un giorno si decide di aprire un blog. L’ennesimo, ma a modo suo speciale. Ti svegli una domenica di aprile – il più crudele dei mesi, dicono – e realizzi, forse per la prima volta, di aver rivoltato la tua vita nel tentativo di riprenderti ciò che ti appartiene.

È già successo in passato. Poco più che ventenne decidi di fare la valigia e lasciarti alle spalle anni di silenzi e tentativi di ricucire gli strappi, mettendo centinaia di chilometri tra te e i brandelli di ciò che è rimasto.

Qualche anno più tardi, stanco della prospettiva di essere un numero tra tanti altri numeri, in un ufficio grigio, alto come una torre solitaria, bollente d’inverno e ghiacciato d’estate, riprendi in mano le carte e, tra tachicardie e vertigini, le getti sul tavolo e le rimescoli a caso.

Quello che ne è uscito – ormai sono passati sette anni da quella partita di poker con me stesso – è un mix di desiderio di libertà, rivendicazioni esistenziali, volontà di costruire il proprio vissuto. E incertezza. Per sé, per le persone che hai attorno. Per le prospettive altalenanti di una vita vissuta guardando un orizzonte che sembra finire poche ore più avanti. Lavoro come freelance, quindi alla flessibilità massima dei miei orari ho dovuto aggiungere quella, ancora più marcata, della mancanza di scelte a medio termine e delle prospettive. Tutto questo per vivere un po’ più libero di altri, [r]esistere in un mondo fatto di tempi presenti e assillanti condizionali.

Ipotesi, sogni, paure, tarli irrisolti. Tutto questo si affastella nella coscienza per mesi. I mesi diventano anni. Sedimenti le tue incertezze, magma pronto a farsi roccia. Intanto attorno a te passano i volti di una vita che si trascina solitaria; sempre immerso nei tuoi sogni, sempre alle prese con un mondo in cui è arduo non solo trovare un proprio angolo, uno spazio vitale che tu possa dire tuo, ma anche condividere qualcosa di più del semplice tempo che passa con gli altri. Dal generico “prossimo”, che teoricamente dovremmo amare come noi stessi, a chi ti sta vicino o dorme nel tuo letto.

La paura reciproca crea amori deboli. Ed ecco che la trappola del destino non si fa attendere. Immerso in questa realtà fatta di fugaci esperienze, una sorta di vita dilazionata e a bassa intensità, mi ritrovo a fare amicizia con due persone che condividono lo stesso corpo.

Viene fuori di tutto: passato, presente, amori, l’Amore vero, gli amori sbagliati, le scopate passeggere. Da una parte c’è questa persona; dall’altra quella creatura che dorme nel suo cuore e che ha utilizzato tutte le maschere per fuggire.

Due storie, tre con la mia e quattro con quella che sto per chiudere. Quattro storie che si mettono a camminare sullo stesso solco e a parlare la stessa lingua.

Ma questa non è che la superficie delle cose: se scavo nel mio cuore, riscopro domande che ho rinchiuso in quegli angoli bui che è meglio non esplorare. In quelle intersezioni del corpo che adesso paiono pezzi cavi di un’anima alla ricerca di responsi, per quanto parziali.

Decido di rimescolare le carte ancora una volta. E siamo a tre in totale. Mi ritrovo solo, scelgo di essere solo. Di chiudere una relazione. Di scacciare i fantasmi dalle lenzuola.

Ed eccomi qui. In una piovigginosa mattina di aprile ad aprire un blog. Non ho terreno a coprirmi le spalle; il sentiero davanti a me non c’è o non si vede, o non ho ancora la forza e la voglia di guardarlo; la terra sotto i piedi sembra cedere a ogni passo, come se non fosse che crosta a coprire una fanghiglia di ansie, paure, malcelati entusiasmi, sorrisi fuori luogo.

Sta iniziando una nuova fase della mia vita. Una fase in cui mi sono ripromesso di dire “non mi basta” ogni volta che sentirò la vita stringermi le mani al collo. In passato sono stato fin troppo controllato, ora non vedo perché trattenere quei respiri che, se lasciati liberi, mi consentirebbero di sentire aria nuova percorrermi le vene.

Troppi quesiti. Troppe preghiere. Troppe storie si sono incrociate senza che io mi degnassi di fermarmi un momento per sentirle, metabolizzarle, affrontarle.  Ieri sera, a cena con un amico, entrambi in preda a un’ansia a suo modo inaccessibile, eppure sempre viva e presente, si parlava dell’importanza dei rapporti umani nelle nostre rispettive vite. Due solitari a cena fanno miracoli, credetemi. Tra un discorso e l’altro, si concordava sul fatto che quest’epoca contiene in sé due opposti pericolosi: il germe della solitudine e dell’estremo bisogno di calore umano, mescolato pericolosamente alla paura della solitudine, e dall’altra parte la prospettiva – a tratti fallace – di poter comunicare ogni cosa, sebbene a un interlocutore che di fatto è e resta uno schermo di un computer o di un telefonino. Un’epoca estrema, che ti dà l’illusione di poter dire ogni cosa, prima di tutto a te stesso. Di possedere i segreti delle persone solo perché si ha libero accesso ai loro contenuti, commenti e “like”.

Di essere vicini, quando invece una mano inesorabile ci spinge lontano in direzioni opposte.
Di essere vivi, quando invece si respira e basta.

Oggi mi sono svegliato in preda al solito malessere. Dopo il consueto rituale volto a scacciare per qualche momento l’orrore del giorno, ho deciso di iniziare a tenere traccia del mio nuovo cammino. Dopo aver scelto la fuga da una coppia formatasi nell’anno in cui la Corea del Sud eliminava immeritatamente l’Italia dai Mondiali. Dopo aver deciso di riscoprire tutta la mia solitudine. Dopo aver deciso che, se non fosse per il prossimo, questa solitudine sarebbe meraviglia. Dopo aver scelto di trascorrere ore e ore in compagnia di nessuno, se non dello stereo, di Spotify e del mio Mac, occorre che compia un nuovo viaggio.

Il più difficile di tutti. Quello verso il mio centro.

Non so ancora se questo blog sarà un vero e proprio diario di bordo, oppure una semplice collezione di suggestioni, pensieri, dubbi che voglio condividere mettendoli “su carta”. Di sicuro sarà un blog diverso dagli altri che curo. Sarà anonimo, emotivo. Orgoglioso delle fragilità e dei coraggi di ogni giorno, come dei momenti in cui tutto appare rarefatto e distante, come in un sogno che blocca il respiro.

Ho scelto la solitudine (la “single-itudine”, la chiama un mio amico) come medicina per una vita in cui non mi riconoscevo più. Una vita falsata, piena di mezze frasi e di verità mai affrontate. Di dolore nascosto tra le pieghe di un armadio ben tenuto e di una cena sempre pronta, di quotidiane dignità messe in scena da due persone che non hanno saputo incontrarsi nonostante i dieci anni abbondanti a disposizione.

Sebbene la scelta sia stata compiuta con la massima razionalità e probabilmente con coraggio, non per questo mi provoca meno dolore. Il contraccolpo si è fatto sentire e non è facile da digerire. Per niente.

Ogni post sarà accompagnato da una canzone. A volte si tratta di un sottotesto, altre più semplicemente di quello che sto ascoltando mentre scrivo. Vi do quindi il benvenuto nella mia nuova casa, “nonmibasta”. Dedicata idealmente a tutti coloro che non si accontentano del solito palinsesto di quotidiane miserie, ma provano a imbastire forme più o meno consce di [r]esistenza.

Non ho la presunzione di considerare il mio dolore qualcosa di esclusivo. So che molti di voi, direi tutti e tutte, sono passati attraverso periodi simili. Essere soli, in una città che non è la tua, alle prese con paure vecchie di anni e mai illuminate a dovere dalla luce del cuore. A fare i conti con il rammarico, le occasioni sprecate, il tempo che ride e fugge. Ma anche con la passione che nasce inaspettatamente, nei risvolti di questo nulla.

C’è la vita di tutti in questa frase. Mi piace pensare che queste mie storie, nuovo percorso che andrò a raccontarvi, in qualche modo già vi appartengano.

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7 risposte a Look at me standing / here on my own again

  1. Stefy ha detto:

    In questo pezzo c’è tanta, tantissima vita, mi è piaciuto tantissimo leggerlo e cercare di decifrare chi e cosa c’è dietro. Benvenuto nel mondo dei blogger, insieme si resiste meglio. io ti leggerò!

    • nessian78 ha detto:

      “Insieme si resiste meglio”, mi hai strappato un bel sorriso 🙂 Grazie dell’accoglienza e del benvenuto, proverò a farmi decifrare un po’ di più, post dopo post. Grazie di nuovo per le belle parole. 🙂

  2. lastufaeconomica ha detto:

    Un blog per resistere? A chi, a te stesso? E perchè? Prova a non pensare troppo così, lasciati andare, ma con un sorriso. E prova a rileggere il tuo “qualcosa di me”, sei tu o sei quello che vorresti essere? E quando scrivi, rileggiti e taglia, taglia…io quando scrivo ho imparato a fare così, ad essere più concisa, poi tante volte, scrivo e poi butto via. E’ stato sufficente mettere su carta (o computer, ma preferisco la carta) quello che mi passava per la mente, farmi un po’ di pietismo personale ed è bastato quello.
    Grazie per essere passato da me, se ti piace la cucina, sfogati così. Sono in un momento no, salute, pensieri e governo !!!!!!!!! e allora oggi ho preparato una torta greca e sto facendo tigelle e piadine per stasera.
    Sai che sfogo mettere le mani in pasta e pensare che siano i miei pensieri?
    (per fortuna che dico a te di essere conciso……..ahahahah) ciao a presto.

    • nessian78 ha detto:

      Eh eh eh, per dire a me di essere conciso, hai finito per scrivere un commento lunghissimo. 🙂 Il mio “qualcosa su di me” è un mix di chi sono e di quello che vorrei diventare. Il blog mi servirà proprio per lasciarmi andare e cambiare frequenza dei pensieri… Ma parlando di cose serie (visto che la cucina è cosa serissima).. quanto saranno buone le tigelle? 🙂 Ciao e grazie del commento. A presto!

  3. Pingback: Sentieri | nonmibasta – un blog per resistere

  4. supergilda ha detto:

    Singletudine, ah! Bello, resistiamo…poi con questa musica…grazie per essere passato, ti leggeró!

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